“La tutela del paesaggio? A volte è questione di buon senso”

L’Osservatorio Europeo del Paesaggio di Arco Latino, nasce da un’idea nata nel 2005, a Barcellona. In un incontro di Arco Latino, un euro-territorio del sud Europa localizzato nell’area che comprende i litorali mediterranei dell’Italia, della Francia, della Spagna e del Portogallo, la Provincia di Salerno propose l’istituzione dell’Osservatorio presso la Certosa di San Lorenzo in Padula, una location ideale per mettere in pratica i principi della Convenzione Europea del Paesaggio (CEP) e le diverse azioni di sensibilizzazione, formazione ed informazione sul tema.
“Da allora ad oggi molte azioni sono state compiute”, conferma il presidente dell’Osservatorio, Angelo Paladino. “Nel 2007 abbiamo siglato a Vietri sul Mare un ‘Accordo di Collaborazione’ per una cooperazione europea, in cui l’Osservatorio ha un ruolo di raccordo e valutazione di buone pratiche e svolge attività formazione ed informazione attraverso il Master Europeo del Paesaggio e la Summer School del Master con docenti, esperti e studenti europei, per promuovere la cultura del Paesaggio, nel rispetto dei principi della CEP”.
Qual è la vostra mission?
“La nostra mission, come Osservatorio, è soprattutto quella di attuare i principi degli articoli 6 e 7 della Convezione europea del paesaggio: compiere azioni di sensibilizzazione dal basso, per convincere comunità ed enti locali che la tutela del paesaggio è anche un momento economico per i territori, una strada certa per lo sviluppo sostenibile”.
Chi sono i vostri interlocutori?
“I nostri interlocutori sono i 20 Osservatori presenti in Italia, ma ci muoviamo in un ambito difficile, se pensiamo che la Campania non ha ancora aderito alla Convenzione europea del paesaggio e non ha istituito l’Osservatorio regionale del paesaggio…”.
Su quali attività siete impegnati attualmente?“Stiamo coinvolgendo dei rappresentanti cileni, per la seconda volta in Italia. Proprio in questi giorni abbiamo avuto 15 sindaci in visita ad Amalfi, Paestum e Velia, tutti siti Unesco che i cileni – che a loro volta hanno siti ugualmente tutelati – vogliono ‘imparare’ a vendere da noi. Nel 2009 abbiamo avuto degli ambasciatori cinesi, nel 2010 l’ambasciatore uzbeko, nel 2011 i tour operator polacchi. Sono tutti incontri per conoscere le buone pratiche e la pianificazione, ma che si sviluppano anche in termini turistici.  A queste attività di pubbliche relazioni in campo internazionale, affianchiamo anche dei progetti: 2 master di high school a Caserta, Castellabate e in Certosa, destinati a laureati, sul paesaggio. Siamo poi partner, insieme alla provincia di Torino e Viterbo, di un progetto Enpi per il terzo mondo destinato a Libano e Giordania, andremo a breve lì per dare un indirizzo agli amministratori per lo smaltimento dei rifiuti e per l’utilizzo di fonti rinnovabili”.
Qual è il concetto di paesaggio a cui vi ispirate?
“E’ un concetto di paesaggio ampio, visto e vissuto non più in maniera oleografia, di mantenimento dell’esistente e basta. C’è la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un paesaggio antropizzato, che è stato modificato dall’uomo, in cui bisogna scegliere cosa demolire ma anche cosa mantenere. Il discorso economico, nel nuovo concetto di paesaggio, viene sempre tenuto in forte considerazione. Il paesaggio non deve essere ingessato ma produrre economia attraverso il turismo, considerando l’arte, la cultura, l’ecologia beni per lo sviluppo sostenibile. Non è vero che con la cultura non si mangia, quella frase è stata una caduta di stile dell’allora ministro Tremonti. In Italia dobbiamo sfruttare il nostro patrimonio culturale, le nostre bellezze paesaggistiche, è da lì che può venire il reddito per tutti, non certo dalle grandi industrie”.
A proposito di demolire, proprio in Campania, un territorio contrassegnato da grandi speculazioni edilizie e da rari abbattimenti, l’unico ‘ecomostro’ a venire giù è stato il Fuenti, l’Amalfitana Hotel costruito in Costiera amalfitana negli anni ‘60. E anche lì la riqualificazione del sito è stata bloccata da un intervento della magistratura. Chi ne fa le spese di questo blocco, è ancora una volta il paesaggio…
“Lo Stato si intromette su una vicenda che andava messa da parte. A volte per spaccare il capello in 4 si ferma il mondo, poi si lascia tutto ai magistrati. La giustizia sostanziale vuole che quello scempio realizzato un tempo ora vada sanato con un’azione di ripristino paesaggistico. L’obiettivo era evitare il buco enorme che era rimasto dopo la demolizione – e che era osceno. Oggi andrebbe recuperato il buon senso. Vittorio Alfieri metteva il lutto al braccio perché, diceva,  era morto il buonsenso. Mi sembra che la frase calzi anche a questa situazione. La cosa più difficile era riuscire a demolire il Fuenti, e lo stesso proprietario si è convinto ad abbattere egli stesso la struttura, ora era più semplice agire, recuperare il paesaggio, e invece è di nuovo tutto fermo. Ripeto, il paesaggio non è statico, si deve demolire ciò che è brutto e nel caso del Fuenti è stato fatto, ma si deve soprattutto cercare di ripristinare il luogo con un’azione di recupero del paesaggio. In Italia molte cose si fermano, restano bloccate per anni. Il vescovo di Chieti, monsignor Paglia, in un libro scriveva che il male dell’Italia è l’inerzia. Siamo fermi, seduti su ogni tema, compreso quello del paesaggio. Questa inerzia ci avvilisce sia culturalmente che economicamente”.
Si può fare di più per la tutela del paesaggio in Italia?
“Molto di più ma non è solo un problema di legge, la legge c’è,  c’è la Convenzione europea, ma ci sono anche 8000 sindaci che se non sono sensibilizzati su questo tema possono fare disastri. Devo dire però che ci sono anche sindaci molto capaci. Con il sindaco di Bari, Emiliano, e con quello di Pollica, Pisani, abbiamo lanciato la Rete dei 100 sindaci per la bellezza, sottoscritta nella Fondazione Spadolini, tempio della cultura. Noi scommettiamo molto sulla bellezza: non a caso ci chiamavamo il bel paese”.